Da mesi i richiedenti asilo politico sono ospitati nei locali dell’ex Hotel Ninfa di Amantea

Un’attesa interminabile

Piovono accuse che, a sentire chi si occupa dei rifugiati, sono ingiuriose e prive di fondamento.  Si fa di tutto per garantire un soggiorno dignitoso a centinaia esuli africani. «Ben vengano gli scettici» – fanno sapere dal Centro

Due migranti del centro esprimono insieme disagio e solidarietà

Come se aspettassero sempre qualcuno o qualcosa, i profughi dell’ex Hotel Ninfa ad Amantea. Posteggio l’auto giusto di fronte e uno di loro mi si fa avanti con fare sorridente : “Ciao fratello. Lavoro, lavoro, tu puoi?”. La precarietà, la mancanza di lavoro, è un fardello pesante anche per i 140 alloggiati di Amantea, l’attesa esasperante attanaglia qualsiasi pensiero, progetto. Un’attesa continua, speranzosa, logicamente nervosa per le fragili psicologie di chi scappa da guerre, soprusi e violenze gratuite. E si aspetta solo una cosa ormai: quel tanto agognato status di rifugiato politico il cui verdettola Commissione ministeriale tarda a pronunciare.

Gli amici africani durante la Marcia della Solidarietà fianco a fianco degli amanteani

Da pochi giorni i rifugiati hanno il sostegno giuridico del ‘professore’: Idris Nuur, somalo, docente in pensione dell’Istituto Professionale per il Commercio di Lamezia Terme, in Italia da più di 40 anni. «Qui mi chiamano già ‘papà’. Anch’io sono stato profugo come loro, del resto. Dopo la laurea conseguita in Italia decisi di far ritorno in Somalia, ma la situazione era peggiorata. Non potevo immaginare che non sarei mai più tornato». Nei suoi occhi non c’è né tempo né spazio per ricordi nostalgici, solo molta determinazione perché, molti degli esuli, lo hanno già eletto a capo della speranza, interprete delle loro esigenze. Così cerchiamo di far luce con Idris della babele sullo status: «Aspettiamo ancora una risposta dalla commissione ministeriale di Crotone. Tutti e 140 hanno fatto richiesta d’asilo al loro arrivo con il modulo C3.La Commissione deve decidere su tutte le richieste di Calabria e parte della Basilicata, ma credo che sia sbagliato il metodo. L’audizione non è collegiale, le interviste sono fatte singolarmente e spesso si concludono con un nulla di fatto». Benvenuti in Italia, patria del sui generis e delle contraddizioni generate in automatico. I profughi attendono l’asilo, o in alternativa la protezione sussidiaria, che darebbe loro il  diritto al permesso di soggiorno e parimenti la possibilità di muoversi per ricongiungersi coi familiari e trovare lavoro. Lavoro, che per legge potrebbero già cercare, – sono già passati infatti sei mesi dalla presentazione delle istanze di asilo politico – ma che in realtà non possono perché, per legge, limitati negli spostamenti sul territorio. «Vero, proprio una bella contraddizione» – chiosa Francesco Aloe dell’Auser. «Nel caso di diniego della richiesta la normativa prevede un ricorso legale entro 15 giorni dal rigetto. Mentre il ricorso viaggia verso il Tribunale di Catanzaro i profughi non vengono espulsi, ma restano nel centro d’accoglienza».

Sulla cronica lentezza della macchina burocratica non si capacita Abdul, mediatore di Zingari 59, l’associazione che si prende cura dei migranti. «Sai quanti di loro hanno fatto su e giù 130 kmal giorno senza essere nemmeno ascoltati? Finora sono stati esaminati 100 casi, ne mancano all’appello ancora quaranta. Nemmeno l’ombra di una pronuncia definitiva». Accanto al travagliato criterio della nazionalità e del districarsi delle vicissitudini interne dei luoghi di provenienza, i dossier degli esiliati non possono non prescindere dai case historydi ognuno di loro. «Più che la provenienza è cruciale il motivo personale della partenza. Lo dice anchela Convenzione di Ginevra: puoi anche venire dal Marocco, cioè da un paese tradizionalmente al di fuori dagli attacchi seriali ai cittadini, ma è la tua storia personale che determina il tuo destino». Abdul vuole ritornare su quanti hanno riportato di tumulti e mancanza di organizzazione nella struttura, e sulla presunta sordità delle istituzioni cittadine: «L’ex Ninfa è uno stabile di circa 5000 mt², dislocati su 4 piani. Non ci sono solo 36 posti, anzi, il terzo e quarto piano sono inutilizzati. Qui dentro sono rappresentate ben venti nazionalità diverse, è vero, ci sarà stato qualche dissapore in passato, ma non dimentichiamoci che questa è gente scappata dalla fame, dalle persecuzioni e dalle guerre. Zingari 59, insieme al circolo Auser di Amantea che ha sostenuto da maggio fino a oggi dibattiti pubblici,corsi di lingua, iniziative di solidarietà e integrazione( si pensi alle partite di calcio multiculturali, al concerto di capodanno in piazza di quest’anno) ha fatto molto per l’accoglienza. Per esempio, gli esuli non ancora protetti dall’asilo non possono né inviare né ricevere soldi. Ci siamo quindi noi a fornire le deleghe. Abbiamo disbrigato tutte le pratiche e ad oggi ogni immigrato ha il proprio codice fiscale italiano; aggiorniamo i loro permessi di soggiorno temporanei e ognuno possiede il proprio poste pay in modo che il pocket money possa servire a qualcosa. I soldi sono facilmente rintracciabili e gli ospiti entrano sin da subito nella logica dell’integrazione con il paese ospitante». Abdul saluta due ragazzi con un trolley in mano, in partenza. Passeranno alcuni giorni coi parenti. «Sono permessi speciali, biglietti di andata e ritorno, ne siamo diretti responsabili. Quando i ragazzi si allontanano dalla struttura devono fornire numeri di reperibilità certi. Nessuno ha mai tradito la nostra fiducia. Immaginate la gioia per un fine settimana con parenti o amici».

Visitiamo l’edificio. La hall è grande, tv satellitare, mentre alcuni chiacchierano e altri  s’improvvisano campioni di scacchi e tutti intorno a fare da spettatori. Le stanze ai piani superiori in ottimo stato e bagni puliti. Svetlana, una delle operatrici bielorusse di Zingari 59, percorre le scale instancabilmente con cartelle cliniche dell’Asp. Una jeep è pronta a fare la spola tra l’asl e l’albergo con a bordo alcuni immigrati.

Gli ospiti dell'ex Ninfa in posa per un incontro di calcio

I controlli medici sono di routine, ci assicura Abdul. «Qui abbiamo trovato due cuori. Uno è Amantea , l’altro è l’Asp. L’assistenza sanitaria è perfetta, ci hanno garantito tre medici e un dentista». Poi, mostrandoci l’ambulatorio. «É a nostra completa disposizione. Il dottore viene quasi ogni giorno, altrimenti lo raggiungiamo noi con la jeep.  Una coppia che ha dato alla luce un bambino l’abbiamo trasferita qui dietro, un’abitazione tutta per loro. Un’altra ragazza incinta è tenuta sotto stretta osservazione, sempre».

Si pranza. Mi invitano a condividere un pasto caldo, riso e carne al sugo. Per Idris «i piatti sono abbondanti, vere delizie. Tutti preparati secondo usi e costumi tradizionali dei migranti». Per stemperare le polemiche sul cibo al centro lui e Abdul invitano gli scettici a sedersi e mangiare con loro, le porte al centro sono aperte. In cucina chef marocchini hanno il compito di preparare quotidianamente pietanze che riuniscono tutti in tavola, intorpidendo per un po’ le ansie e ridando a uomini e donne disorientati sapori delle terre da cui sono stati strappati con forza: Eritrea, Somalia, Niger,Ghana, Mali, Nigeria e Sudan. «In Africa si pensa che l’Europa sia tutto» ci dice Sissoko, trentasettenne della Guinea-Conakry che ha in cantiere girare un documentario sulla situazione degli immigrati sbarcati in Italia. «Sono stato a Torino, Roma e Napoli. Sono riuscito a entrare in contatto con parecchi italiani, gente bravissima, come gli amanteani, che ci hanno dato tanti vestiti e con cui abbiamo giocato a pallone. Con il mio film voglio rappresentare la mia lotta, affinché gli Africani ritornino in Africa per poterla sviluppare. Siamo qui e siamo grati a tutti, ma un giorno, dopo aver imparato tanto, bisogna ritornare per crescere. La soluzione ai nostri mali non è l’Europa».

(Le foto sono state inserite per gentile concessione di Antonio Cima e Giuseppe Marchese)

É da poco scattata l’ora di Durban, dove si sta celebrando l’atteso meeting sul clima post-Kyoto

Energia, sviluppo e lavoro: avanti con il Patto dei Sindaci

Asi Unical lancia il convegno “L’Energia a sostegno dello sviluppo locale e dell’occupazione” certi che dai territori parti la lotta alle emissioni di Co² e la scommessa sulle rinnovabili.

Se è vero come è vero che le aree urbane sono responsabili del 70% dell’inquinamento da anidride carbonica,la Commissione europea, dal gennaio 2008, ha dotato le città di un nuovo strumento d’intervento, il Patto dei Sindaci, compromesso volontario seppur vincolante nel medio raggio che accompagna e facilita il consorzio tra enti locali e, tramite il Piano d’azione locale per l’energia sostenibile (S.E.A.P.), implementa misure d’abbattimento dei consumi energetici, interventi di risparmio e promozione di fonti rinnovabili. Del Patto fanno oggi parte 3142 comuni europei per un totale di circa 145 milioni di cittadini. Il S.E.A.P. permette di accedere direttamente ai fondi europei con interventi che vanno a interessare l’illuminazione pubblica, l’edilizia sostenibile, il telecontrollo energetico della rete idrica e depurativa, il trasporto pubblico locale e gli impianti di riscaldamento e climatizzazione. Con ripercussioni positive sull’occupazione: si stimano, grazie al Patto, 60mila nuovi posti di lavoro per il 2020.

Mano tesa all’ambiente creando lavoro, eppure poche adesioni. «Perché l’energia ha scadenze a medio- lungo termine che non attirano consenso elettorale» – illumina l’avv. Loris Greco, coordinatore territoriale calabrese del Patto ed ex sindaco di Cerisano. La green economy non traghetta voti. E non conviene alla logica clientelare. «Non si può pensare di aderire al Patto solo per avere una posizione privilegiata per i fondi Ue perchéla Commissionesi riserva il diritto di esclusione se non vengono raggiunti gli obiettivi».

Per Daniele Menniti è la crescita demografica la variabile impazzita nella relazione sviluppo locale-contenimento dei consumi. I Paesi emergenti non ci stanno a ridurre drasticamente quei consumi energetici che all’Occidente ha dato il benessere, e da verificare è la disposizione immediata di risorse finanziarie per l’attuazione dei piani energetici: «In Calabria dobbiamo ancora capire se i buoi sono nella stalla o sono già scappati». Menniti si è fatto promotore di un esperimento di Parco consortile energetico nella nostra regione. Un consorzio per produrre energia e rivenderla sul mercato, garantire lavoro ai giovani ingegneri e reinvestire il ricavato del Consorzio, ad esempio, «per tenere aperte le scuole con pochi alunni. Così non si spopolano i comuni, e abitandoli non saranno affetti da frane». A concludere la serie di interventi il prof. Arcuri, presidente di Energia Cosenza: «L’ecosostenibilità edilizia, secondo il Libro Verde, comporterà un risparmio di 40 Mtep entro il 2020 se applicato a tutte le abitazioni. La maggior parte degli edifici italiani sono autentici colabrodo dal punto di vista della dispersione termica. In Italia la legge consente ai proprietari di autocertificare il rendimento energetico, mentre l’Europa vuole che si deleghi a esperti del settore». In Calabria, «la recente legge regionale 41/2001 non si sa bene con chi sia stata concertata. Speriamo venga partecipata almeno a livello attuativo poiché gli incentivi saranno modellati su criteri di prestazioni energetiche non facilmente quantificabili».

Duro braccio di ferro tra Comune da un lato, Beni culturali e ambientalisti dall’altro. E il Via approvato non ‘vede’ le ancore

Diamante, reperti antichi in mare. I lavori non vanno ancora … in Porto

La Soprintendenza potrebbe bloccare i lavori per almeno 10 mesi. Ma il comune non ne vuol sapere e assicura che il porto riprenderà ossigeno da metà novembre. In arrivo altri 2 milioni e 400 mila euro dalla Regione per “opere di completamento

 

 

 

 

 

 

 

 

DIAMANTE e il porto. Sguardi languidi, da amanti, per tutto un quarantennio, convolati a nozze quest’anno, poco prima che la calura estiva soffiasse sul Tirreno. Eppure quello del rapporto, reso instabile da abbandoni e ripensamenti, sembra lungi dal consumarsi.
Assegno milionario e quelle ancore insospettabili Sono piovute parole di giubilo ma soprattutto promesse di finanziamento da parte dell’Assessorato ai Lavori Pubblici quando il suo illustre inquilino, Pino Gentile, è giunto di recente nella città altotirrenica: un assegno niente male (2,400,000 euro, dei quali 1,500,000 per la ‘Passeggiata Lungomare’ e altri 900,000 per operazioni a fronte porto) che farebbe balzare fuori dalle orbite gli occhi di qualsivoglia cittadino. Poi, un bel giorno, nei sogni proibiti si sono intrufolate alcune anfore greco-italiche e Simonetta Bonomi, a capo della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Calabria, ha fatto in tempo a demandare privatamente la ricognizione del sito perché «ritrovamento di assoluto rilievo nel panorama dell’archeologia subacquea dell’Italia meridionale degli ultimi anni». Parole troppo generose, uscite dalla bocca di una pasionaria della valorizzazione paesaggistico-culturale, o oggettivo impedimento a quel progresso che muove gru e dimena pale? In effetti la dottoressa Bonomi è stata chiara: c’è il rischio che i lavori si fermino per almeno dieci mesi. Sono ritrovamenti isolati, o i banchi di posidonia nascondono molto di più? I reperti sono stati già belli fotografati e catalogati, ma qualcuno si domanda e dice: come avrà fatto l’ultima Valutazione d’Impatto Ambientale, prima che si brindasse all’inaugurazione dei lavori, a non vederle, le ancore?
I pescatori costretti allo stop Il cantiere della Diamante Blu si rianimerà soltanto dopo che sia stato possibile buttare il naso al di là del polverone di questi ultimi tempi tra chi non accetta una “ingerenza” da parte della Soprintendenza, che comprometterebbe la tanto attesa riapertura dei lavori («Noi dell’Amministrazione Comunale non vogliamo entrare in polemica con la Soprintendenza, ma credo che lì sotto ci sia ben poca cosa e che l’area non rappresenti un sito archeologico» – aveva tagliato corto il primo cittadino di Diamante, Ernesto Magorno) e quel manipolo agguerrito di ambientalisti del Tirreno cosentino che, con tanto di ricorsi alla mano, non sono nuovi nel segnalare la presenza di manufatti antichi in quella che oltremodo è un’area Sic e, dunque – indipendentemente dal valore della scoperta – tutelata attraverso specifica normativa. A rimetterci, come da copione, pescatori fermi da mesi e questo è senza dubbio il risvolto più disdicevole dell’intera matassa. Pescatori su cui incombono gli effetti devastanti di una condizione lavorativa precaria per colpa dello stato comatoso dell’intero comparto e risucchiata da un’economia reale che tramortisce la sussistenza dei suoi operatori.
Mentre la join venture Comune – Icad Diamante Blu (committente e gestore del progetto, ndr) declina l’autoinvito del comitato ambientalista al tavolo tecnico indetto lo scorso 4 ottobre preferendogli la Soprintendenza – che ha invece snobbato l’assise – considerata interlocutrice unica nella vicenda, il sindaco Magorno e i suoi fanno muro attorno al ‘progetto porto’, cavallo di battaglia che ha permesso loro d’insediarsi a Piazza Mancini ma il cui fermo potrebbe rivelarsi a breve termine un boomerang taglia-teste in vista delle amministrative 2012.
Che fine faranno i locali del porto e il parcheggio? «Tranquillizziamo i cittadini di Diamante. I lavori del porto riprenderanno nelle prime due settimane di novembre» dice Magorno. A spron battuto dopo il 15 novembre, il sindaco si dice sicuro d’interpretare la volontà del popolo che crede fermamente nella struttura per il rilancio turistico della ‘città dei murales’. Virgolettata inoltre la questione dei locali sottostanti il lungomare e la gestione delle aree limitrofe attualmente di proprietà demaniale: «Saranno a disposizione della comunità diamantese e insieme decideremo cosa farne. Assicuro che non saranno nelle mani della società committente bensì prerogativa della forza imprenditoriale di Diamante. Non svendiamo il patrimonio della nostra città, anzi, aspettiamo notizie sui beni demaniali che vorremmo ritornassero nostri». «La preoccupazione sullo stop dei lavori non è fondata – prende la palla al balzo Graziano Santoro- «Il ritrovamento? Uno dei due consulenti della Bonomi, il prof. Messina, ha addirittura sostenuto che “non bisogna considerare in futuro il sito in questione da controllare”. Anche il reparto speciale dei carabinieri ha rilevato che il sito non sia al centro di traffico di reperti. Ripeto, il porto di Diamante è contrattualizzato tra Regione Calabria e una serie di società che hanno vinto regolare gara d’appalto. (4 milioni di euro, suddivisi in 2 mln da fondi regionali e due privati, più i 2,4 mln in arrivo ndr) . Le dinamiche di un cantiere non si possono fermare. Io non butto i soldi dalla finestra». Ci tiene, eccome se ci tiene il farmacista-costruttore-gestore. Asportati i massi così cari alla Soprintendenza, ci si occuperà dello specchio d’acqua nonostante la tempistica si dilati ancor più per la scelta dei materiali: «Il molo di sopraflutto prevedeva l’utilizzo di pietre naturali ma nella zona non ci sono purtroppo cave che forniscono quel tipo di materiale che pretendono i progettisti. Per il cemento biocompatibile ci siamo rivolti a un società francese e i massi non arriveranno prima della fine di dicembre». Sulla garanzia di ‘sovranità popolare’ della opera mirabilis il farmacista cosentino si affretta: «Noi recuperiamo i soldi investiti attraverso la gestione portuale, ma dopo la fine dei lavori, non preoccupatevi, l’opera è nelle mani di Diamante, non di Santoro!».
Enea sì, Enea no Interpellato, Magorno fa un appunto sulla presunta colpevolezza degli ambientalisti nei ritardi dei lavori sbandierata da più fronti anche quando risultava chiaro che, a fermare le ruspe al porto, fossero stati la Bonomi e i suoi. «È un vizio atavico del sud. Gli ambientalisti italiani sono diversi da quelli europei. Non possono fermare il progresso. Quei massi li chiameremo lo ‘scoglio di Annibale’ e lo ‘scoglio di Enea’. Capisco gli ambientalisti ma consegneremo quei massi alla Soprintendenza e i lavori riprenderanno». E dopo il contentino: «Gli ambientalisti dovrebbero bersagliare non gli imprenditori come Santoro, ma quei ‘prenditori’ che hanno assaltato e cementificato negli anni le nostre colline». Allora, punto primo. Scoglio di Enea suona bene ma… che Annibale si sia seduto ad ammirare la maestosità del Mare Nostrum è molto probabile, che l’abbia fatto Enea, molto meno, se non del tutto inverosimile – Eneide docet. Punto secondo, l’abusivismo selvaggio ha dilaniato la Calabria ovunque. Passare dai monti, alle colline alle coste in men che non si dica non è solo una trovata pubblicitaria, purtroppo. Ci sono prenditori di terra, e prenditori di mare, come esistevano truppe che razziavano e pirati che depredavano i borghi e si dileguavano, fugaci, con il favore della notte.
Tutto tace ancora, non si sa ancora per quanto tempo. Enea -ammesso e non concesso che un dì fosse davvero sedutosi su quella scogliera che oggi non c’è più per far posto al porto – almeno avrebbe risparmiato alla vista quei tumuli di grossi ‘dadi’ che restano lì a vegliare sulla palingenesi o il definitivo affondamento del porto di Diamante.

Legambiente premia due realtà calabresi devote all’ecosostenibilità edilizia 

La casa dei sogni (ecologici). Qui in Calabria

L’iniziativa del ‘cigno verde’ presenta nella città bruzia nuove e lungimiranti scommesse per la bioedilizia di casa nostra

COSENZA Nel suo “carrozzone” Renato Zero faceva salire tutti. Una alla volta, è chiaro, ma tutti. Legambiente Calabria cerca di fare altrettanto con il percorso itinerante “CaraLabria. Carovana delle qualità e bellezze”: un socratico conosci-te-stesso che scopre e fa scoprire quelle eccellenze made in Calabria che, in nome dell’ecosostenibilità e il risparmio energetico, svelano le potenzialità della Calabria”buona”, dal rispetto dell’ambiente e la legalità, all’ecoturismo e l’agricoltura biologica, dal recupero alla valorizzazione di una cultura di appartenenza e integrazione.

Esempi virtuosi in Calabria: progettazione, costruzione, scelta dei materiali Cosenza, tredicesima tappa di questo eco-vagabondare, ha accolto ieri il tema “Il futuro energetico solare e la qualità del costruire secondo natura” presentando gli encomiabili risultati di due aziende nostrane in fatto di soluzioni alternative in bioedilizia. Le due società in questione – quella bruzia dei Fratelli Cava e la fuscaldese Neferti – sono state premiate da Franco Falcone, direttore di Legambiente Calabria, per gli sforzi quotidiani compiuti a favore della progettazione e la ricerca in ambito ecologico e per la spasmodica attinenza alle mission aziendali che cercano di sposare i profitti con il rispetto dell’ambiente. «Costruiamo da cinquant’anni affinché le persone siano in armonia con ciò che li circonda e rispettando le regole del Protocollo di Kyoto» – spiega Francesco Cava – «L’ecosostenibilità è difficile in un territorio come il nostro ma i nostri appartamenti sono certificati in classe energetica “A”, riducendo le spese per il riscaldamento». Nel 2007 , come regalo di compleanno per i 50 anni, la ditta pensò bene di innovare la propria sede aziendale. L’edificio fu rivestito di pannelli fotovoltaici, provvisto di un sistema di raccolta e riciclo delle acque piovane, isolato acusticamente grazie a materiali fonoassorbenti e al verde venne assegnato un ruolo di prim’attore in chiave funzionale. Così, le acque di condensa, attentamente filtrate, servono a irrigare il prato e per i servizi igienici; la rubinetteria, i termostati e il doppio sciacquo permettono fino a un 50% di risparmio d’acqua; i pannelli provvedono alla fruizione dei raggi solari mentre i rimanenti consumi energetici vengono abbattuti grazie ad altri meccanismi (fotocellule al passaggio, lampade a basso consumo, automatizzazione delle chiusure). Da questo processo sono sorti gli edifici a Macchiabella, le cui emissioni di Co2 sono state compensate con la creazione di nuove foreste nel Parco Nazionale del Ticino e in Costa Rica grazie all’adesione dei Cava – prima impresa edile nel Sud a farlo – a “Impatto Zero” di LifeGate che, per l’appunto, prevede un tale bilanciamento tra disboscamento e rinverdimento di boschi sventrati. Alessandro Brunori è invece project manager di Neferti, una Energy Service Company (E.S.Co.) che nel 2011 ha realizzato 300 progetti per un totale di 4500 kw di picco. Distintasi in campo solare per il brand SolarLife, Neferti ha lanciato il progetto NEFTIH2 che ha sviluppato una piattaforma per la cogenerazione solare con la macchina fotovoltaica a concentrazione più grande al mondo, la Z20 dell’israeliana Zenith Solar. La tecnologia innovativa è montata su due assi e coi suoi collettori parabolici “segue” il corso del sole, catturando e riflettendo l’energia che sprigiona. Una soluzione da energia rinnovabile di sicuro successo e che verrà immessa sul mercato nazionale nel primo trimestre del 2012. Nella Sala Gullo della Casa delle Culture presente anche Domenico Cristofaro di Ecoplan, -Premio Ambiente e Legalità 2011 di Legambiente Calabria- che si occupa di costruire i pannelli solari con materiali riciclati e fibre vegetali quali la sansa esausta, e i cui prodotti sono serviti a rivestire, tra le altre cose, anche banchi scolastici.

Anche i vertici nazionali di Legambiente presenti «Da cinquant’anni l’edilizia italiana non ha mai cambiato né materiali né modi di costruzioni» – chiosa Edoardo Zanchini, responsabile energia e urbanistica di Legambiente – «Oggigiorno viviamo in case freddissime d’inverno e caldissime d’estate. Ma i regolamenti edilizi sono già cambiati in mille città d’Italia, e tengono conto di un altro modo di produrre energia e l’utilizzo di verde anche negli spazi abitati. Ormai ¼ della nostra energia proviene da fonti rinnovabili a sono collegati in rete 270 mila impianti fotovoltaici. Una traiettoria di cambiamento già fissata dalla Ue che ha previsto l’obbligo per il 2021 che tutte le case siano o di classe “A” o comunque progettate secondo i canoni dell’innovazione energetica». Una sfida che in un decennio può e deve vederci protagonisti tutti. A partire dalla Calabria.

L’area degli ex capannoni tre giorni in fermento per il secondo appuntamento del ‘Cosenza Babylon 2.0′

Squilibri. Poi il recupero e il divenire

Da fermi immagini che immortalano il riequilibrio, a buste di plastica riciclate per farne abiti; da pizze cotte al forno a legna  al giardinaggio urbano d’assalto. E ancora laboratori, reading, proiezioni e incontri. Cosa cuoce nella pentola delle Officine è roba di buon gusto, se il dismesso viene ripensato e riconquistato nella spazialità urbana turbata


Rimodellare con taglio creativo il tessuto urbano e sociale partendo dagli squilibri che l’uomo crea e assecondando il recupero del degrado che lo circonda è l’imperativo consustanziale e moderno delle città, e la via d’uscita green alla cementificazione un’alternativa necessaria più che una remota ipotesi. Per il secondo anno consecutivo con ‘Cosenza Babylon 2.0′ l’area delle ex officine, in collaborazione con Coessenza, rimangono fedeli a questa idea di recupero e ricomposizione e partoriscono una tre giorni di reading, mostre fotografiche,laboratori,performance,dj set e quant’altro tocchi il tema “Squilibri, Equilibri e Riequilibri”. Equilibri chepossono dunque rompersi, anzi ciò avviene continuamente, per poi crearsene di nuovi; è dunque un moto continuo dell’esistenza. La natura stessa riesce, col tempo, a riportare nuovi equilibri laddove l’uomo aveva generato squilibri”. Ne parliamo con Maria delle Officine Babilonia: «Diamo uno sguardo agli squilibri naturali come Fukujima o quelli d’interesse che portano l’acqua bene comune a essere privatizzata. L’uomo determina squilibri, non tutti certo positivi». Ergo, ripristinare i luoghi in cui si vive è un primo passo verso il dovuto (ri)equilibrio. Filtra l’arte e la produzione creativa diventa dunque arma per la ripresa valorizzata della città: «Il nostro auspicio nel volere il Cosenza Babylon è di radunare qui la cittadinanza tutta come è stato per FieraInmensa e che la stessa riscopra tutti gli angoli della città, soprattutto quelli dismessi. Noi delle ex Officine nasciamo in un contesto di degrado urbano e l’evento deve essere un momento non solo di festa ma di dialogo». Spazi abbandonati per logiche di disinteresse e travolti dai moti inorganici della cementificazione: Umberto I, Parco delle Rimembranze, tra le righe. Cosa fare? Cosenza Babylon tesse il filo della continuità col precedente:«L’anno scorso si ragionava di urbanistica, quest’anno il concetto si ricollega al recupero del degrado attraverso il riciclaggio dei materiali. Riequilibrare un sistema squilibrato per mezzo degli oggetti che l’uomo dismette. Come gli abiti bianchi fatti interamente di buste di plastica che Stefania e gli altri hanno ‘confezionato’».

Squilibri, Equilibri e Riequilibri” da mercoledì 22 si è arricchito di features stabili quali l’esposizione collettiva omonima e i lavori di Guerrilla Gardening e i suoi provocatori “attacchi verdi”, ossia l’assalto di aree in disuso per ridar loro l’antico smalto naturale, con piante, fiori, aiuole che prendono il posto del catrame seguendo dettami estetici e di utilità abitativa. Ci sono stati il reading poetico-narrativo e i laboratori di Coessenza – lettura e ascolto e rilegatura artigianale – mentre alle 8 via all’aperipizza di ‘El alma’ con fuoco a legna artigianale allestito accanto un punto di riciclo materiali. Eppoi le proiezioni, mercoledì con “Man on wire” di J.March, film-documentario sull’impresa del funambolo Philippe Petit che sognava di camminare in equilibrio sulle Torri Gemelle; giovedì con “Periferie sociali- la Globalizzazione del disagio” del ‘nostro’ Raffaele del Monaco, dove il parallelismo – con le dovute differenze di proporzioni – tra il campo Rom di Vaglio Lise e lo slum di Nairobi ha mostrato la sostanza del problema squilibri che il sistema accelera e che non riesce a fermare:latitudini diverse, ma la mancanza di acqua e il degrado urbano e sociale, tanto a Cosenza come in Kenya. «Per i cosentini e gli italiani è un problema vedere che esiste un problema, e che se ne parli». Parola del Moci. Mentre la notte si animava grazie alle performance di Radioactiva Performing Group e “Fuochi nella Notte” della compagnia ‘Nuncepace’ di Lamezia Terme.

Peccato per l’assenza del maestro Nagayama – da 15 anni dirige in Italia la più grande scuola europea di shodo – che avrebbe dovuto illuminare gli iscritti al suo workshop con il suo personale font calligrafico. Il Cosenza Babylon resta, e il tentativo genuino di riscrivere la riappropriazione urbana della città, più che mai.

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Le Regioni sfregiate con 4 mld di euro nel 2011 e 4 mld e mezzo nel 2012. I politici calabresi che dovrebbero difenderci latitano

Manovra estiva 2010, la Provincia di Cosenza al contrattacco

In discussione la chiusura di bilancio annuale. Enti locali lasciati al solito destino dell’assistenzialismo, stavolta europeo. Ma perché i calabresi apporteranno all’erario 18 euro a persona a fronte di 1 dei lombardi?

Mario Oliverio davvero non ci sta, e dopo aver scritto all’UPI e messo al corrente tanti sindaci della provincia cosentina sulle drastiche sforbiciate della cosiddetta “manovra estiva 2010” – d.l. 78 convertito con legge 122 – ripassa al contrattacco riunendo attorno ad un tavolo tutte le principali forze sociali del comprensorio: Cia, Cgil, Cisl, Uil, Ance, Confindustria, Camera di Commercio, Confesercenti, Confapi, Coldiretti, Legambiente e altri. Tutti insieme, da contraltare al federalismo fiscale che in questi giorni sta suscitando polemiche e disgusto, non ultimo il secco “no” dall’ Anci e la convocazione urgente di un tavolo di trattativa.
Il presidente della Provincia si dice seriamente preoccupato per l’insopportabile carico derivante dalla mannaia federalista. Inciderà senza precedenti su Provincia e comuni colpendo al cuore la chiusura di bilancio e l’espletazione di servizi fondamentali: «Con questi dati l’anno prossimo non potremo chiudere il bilancio, quest’anno siamo riusciti a farlo solo grazie ad una gestione virtuosa. I tagli si abbattono sul funzionamento di uffici, scuole, sui trasporti ». Con gli effetti della crisi che si faranno sentire proprio quest’anno nasce poi un combinato da far accapponare la pelle:«Questo è solo l’antipasto. Con lungimiranza abbiamo quest’anno diminuito il tetto investimenti da 7 a 2 milioni e 900 mila euro. Ma gli investimenti sono fondamentali per le regioni del sud a cui da oggi rimarranno solo i fondi europei». Poi si lascia andare ad una precisazione negativa, in otto mesi solo un incontro sul tema, ma con la pioggia di tagli di 4 miliardi alle Regioni quest’anno e 4 mld e mezzo nel 2012 non c’è da scherzare: « Per fronteggiare la bufera c’è bisogno di unità e di rilanciare il tavolo della concertazione».
Al federalismo fiscale Provincie e Comuni (superiori a 5000 abitanti) parteciperanno rispettivamente con 300 milioni e 1 mld e mezzo di euro nel 2011, 500 milioni e 2 mld e mezzo di euro nel 2012. Cifre abnormi, che peraltro stralciano l’art.14 c.2 secondo cui le riduzioni «sono ripartite secondo criteri e modalità stabiliti in sede di Conferenza Stato-città ed autonomie locali». Visto che l’accordo non c’è mai stato, scartato il criterio della popolazione residente, la ripartizione è stata fatta sulla base della percentuale del 22,934% fissata con decreto dal Ministero dell’Interno 9 dicembre 2010 sul totale dei trasferimenti erariali (ordinario, perequativo, consolidato). La matematica non è un’opinione, neanche per il Settore economico finanziario della Provincia che, fatti i suoi calcoli, aveva definito l’ammontare delle decurtazioni a 3 milioni e 900 mila. Si apprende invece che i tagli ultimi pubblicati sulle tabelle del Ministero dell’Interno sono 11,300,000 euro per l’aggiunta nel computo di due funzioni trasferite, ANAS e Mercato del Lavoro. E ciliegina sulla torta, per il 2012 i trasferimenti verranno decurtati di ulteriori 18,866,197euro.«Ci troviamo spiazzati» ammette Antonio Molinari, dirigente del Settore – «Con questa mazzata non ci sono i presupposti per approvare il bilancio pluriennale, nel 2012 verranno meno le spese di funzionamento, spese fisse per il personale e spese di sviluppo. La strategia del federalismo fiscale ci chiede di intervenire sugli apparati politici e il piano di investimenti».
Ma, in controluce, la manovra mostra i suoi lati più discriminatori dal punto di vista distributivo. A fronte di una media pro capite di 5 euro, i tagli nel 2011 penalizzeranno sostanzialmente molto di più le provincie meridionali di quelle settentrionali: le calabresi pagheranno lo scotto con 18€ pro capite, precedute soltanto da Basilicata (19€), e Molise (25€). Lombardi e emiliano-romagnoli 1€, veneti 2€, 4€ piemontesi e toscani. Oliverio: «A voglia quest’anno a festeggiare i 150 anni dell’Unità italiana. Se non ci mobilitiamo subito tutti questi tagli saranno forieri di rotture. Prendiamo i piccoli comuni ad esempio, le cui spese correnti sono da noi fornite, sentiranno le ricadute se vengono meno i finanziamenti». Un’occhiata anche ai comuni sopra i 5000 abitanti su cui si abbatte la scure dei trasferimenti: Cosenza tagliati 4,085,439€,; Rende 945.410€; Rossano 860.508€; Castrovillari 786,422€; Acri 685.258€, e così via.
Che resta alle nostra provincia, le briciole? Dal nord cercano di trasformare i fondi straordinari europei in ordinari. Pronte le reazioni dei partecipanti al tavolo. Gaglioti (camera di Commercio): «Mi dispiace che i nostri parlamentari non siano stati capaci di contrastare la manovra» ; Bilotta (Confesercenti) «Facciamo massa critica per velocizzare la spesa comunitaria e controbilanciare il grosso sacrificio richiesto»; Tonino Russo della Cisl apre al tavolo delle concertazioni ma scatenando scintille: «Condivido lo sblocco dell’addizionale comunale al 2%, rimango perplesso sulla tassa di soggiorno ma niente più appalti alle imprese che hanno contenziosi aperti». Tutti d’accordo però sul fare fronte comune con iniziative organizzate tanto istituzionali che dal basso affinché la Calabria e il sud si riprendano l’orgoglio sfoltito dalla forbice federalista.

I promotori del Comitato referendario ascoltati e sostenuti dentro l’Unical. E si snocciolano i dati sulla gestione idrica in Italia

L’asse di ferro dei diritti collettivi,  Acqua-Università. Giù le mani

Superata soglia 1 milione di firme, il referendum non è più un miraggio. E la Sorical apre un mutuo di 240 milioni con Defpa bank. Quali garanzie ai cittadini?

Alla luce della fresca sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato ammissibili due quesiti su tre di quelli proposti dai movimenti per la ripubblicizzazione dell’acqua è palese che si sia trattato della più grande raccolta di firme nell’Italia repubblicana su quesiti referendari. Su questo non ci piove: 1 milione e 400 mila sottoscrittori in tutto lo Stivale – 45 mila di essi calabresi – per riportare la gestione idrica al suo habitat naturale per logica e consumo, quella pubblica. Ora si allaccino le cinture per la richiesta di un provvedimento di moratoria sulle scadenze della Legge Ronchi e all’appuntamento primaverile – tra il 15 aprile e il 15 giugno – che si spera porti a esprimersi 25 milioni di persone per raggiungere il quorum e coincida con le amministrative. All’Unical ieri se ne è discusso alla presenza di Alberto Lucarelli – Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico alla Federico II di Napoli – e Corrado Oddi – Funzione pubblica CGIL – entrambi membri del Comitato promotore referendario. A presentare le loro relazioni, Silvio Gambino – Direttore della Scuola Superiore di Scienze delle Amministrazioni Pubbliche UniCal – e Guerino D’Ignazio – Preside Facoltà Scienze Politiche. I due studiosi hanno sottolineato a più riprese di spalleggiare i promotori di questa battaglia civile e di farlo in uno spazio in cui gli stessi saperi si teorizzano liberi e fruibili da tutti alla stregua del bene comune acqua. In ciò il movimento di protesta studentesco è riuscito soprattutto all’Unical a ravvedere motivi di lotta comuni e quindi a sostenerlo senza se e senza ma: «L’orgia liberista ha cavalcato l’Italia tanto a destra che a sinistra intravedendo nella gestione privata del bene acqua una panacea per trovare occasioni di arricchimento personale» – tuona Gambino.
Sul nesso antagonista acqua-Università come categorie di diritti non scardinabili insistono anche Alfonso Senatore e Giovanni Di Leo del Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica “Bruno Arcuri”, ma anche sui modi per sgusciare dalle grinfie di quelle società per azioni, come la ‘nostra’(?) Sorical che è sul piede di guerra e minaccia di interrompere il servizio idrico a tutte le amministrazioni comunali entrate in morosità. La Sorical. Gestione al 53% regionale e al 47% di Veolia – azienda francese che gestisce anche l’inceneritore di Gioia e bocciata da Parigi – nasce nel 2004 seguendo le tracce dell’idea che affidando le reti ai privati il servizio divenga più efficiente e razionale, grazie alla disponibilità finanziaria degli stessi a fronte delle languide casse regionali. Dalla Legge Galli del ’94 l’acqua diventa merce ma risulta che le gestioni private non solo non riducono gli sprechi (+20%), ma diminuiscono gli investimenti (-70%), aumentano le tariffe (+62%) mentre diminuisce l’occupazione(-30%). La Sorical ha aperto un mutuo di 240 milioni di euro con Defpa Bank. Si domanda Di Leo: «Non ci hanno detto quali garanzie hanno fissato per il mutuo. Un’altra Spada di Damocle sulla testa dei calabresi per essere di nuovo sotto scacco delle banche?»
Per Lucarelli il successo dei quesiti referendari poggia sugli anni di formazione permanente sul tema, e l’attacco all’art. 23 della Legge Ronchi sulla contingenza della gestione privata riposa sul fatto che non solo non possa discendere dal diritto comunitario, anzi rema contro. L’origine del problema gestionale è dovuto alla «occupazione manu militare delle municipalizzate negli anni Novanta. I caratteri del mercato e la competitività collidono con il soddisfacimento del servizio idrico, la coesione socio-territoriale, la tutela della salute e l’occupazione economica». Sul ruolo delle spa ripete: «Sono soggetti regolati da diritto privato, non enti di diritto pubblico a cui affidare la gestione idrica, che io chiamerei soggetto di diritto pubblico partecipato».

 

A piazza XI settembre questo lo striscione che campeggiava ieri e che veniva srotolato dagli operai della Mazzoni s.pa. contro cui il Ministero del Lavoro ha deciso di entrare a gamba tesa con un decreto di cassa che getta nello sconforto e nella rabbia i lavoratori dell’impresa di installazioni telefoniche

“Lavoro nero avanza, operai in rottamazione”

Fiom-Cgil pronta a stare accanto i lavoratori, giurando battaglia aperta soprattutto nei confronti del mercato nero del subappalto che lascia senza via d’uscita gli operai entrati e mai usciti dalla cassa integrazione

 

Nessuna ulterior deroga per quella umiliante cassa integrazione che li vede ormai da dieci anni oggetti di promesse mai rispettate, reintegri il cui pensiero appare un miraggio. Sono quasi le 10 quando insieme ai due rappresentanti sindacali Fiom-Cgil Giancarlo Berardi e Antonio Dieni e due lavoratori varchiamo i cancelli della Prefettura.  I quattro non tardano ad uscire dopo l’incontro con il Vice Capo Gabinetto Anna Aurora Colosimo. Il risultato del faccia a faccia lo sintetizza Berardi: «Invieremo di qui a poco un telegramma al Ministero del Lavoro e al Presidente del Consiglio per rendere nota la situazione di stallo decennale in cui versano gli operai, faremo pressione sul prefetto per organizzare un incontro con la Mazzoni per la richiesta della proroga della cassa integrazione di un altro anno e contatteremo le altre aziende del settore degli appalti telefonici, analizzando la situazione per rifare i contratti». Poi, aggrottando le ciglia : «C’è una sfilza di imprese che vive sul mancato stipendio dei lavoratori e ricorrendo sistematicamente ai subappalti. Un ricatto sul posto di lavoro, a cui si aggiungono i ritardi degli assegni della cassa integrazione».La Mazzoni s.p.a  chiuse i battenti nel lontano 2000 e sin da allora i suoi dipendenti son diventati cassaintegrati progressivi fino alle 51 unità di oggi. L’abbandono dell’attività non corrisponde però, a quanto sostengono i lavoratori, ad un disinteresse del proprio raggio d’azione produttiva nella zona, né tantomeno ad una diminuzione sostanziale dei profitti aziendali. Lasciando aperto solo il piccolo cantiere di San Giovanni in Fiore, la Mazzoni ha preferito lasciar colar a picco la forza lavoro dello stabilimento cosentino pescando nel mondo del subappalto. Impresa e Ministero del Lavoro s’impegnarono a far qualcosa per i cassi integrati, soprattutto alla ricollocazione della maestranza nel circuito produttivo delle installazioni telefoniche. «Invece si stacca la spina nel momento più critico dell’economia» – spiega Dieni – «Devastante se si pensa all’età di alcuni lavoratori e al momento che stanno passando. Essi stessi cercarono una ricucitura dei rapporti, invece l’azienda li ha ingannati non assumendo più nessuno». Di traverso anche Italia Lavoro. Ma, per carità, non parlatene con Adolfo Lucchetti: «Una truffa. Mi chiamarono per domandarmi se ci fossero novità sul caso Mazzoni. Dovrei essere io a chiamare loro! Come se non bastasse c’è stata una decurtazione del 60% da quando siamo con Italia Lavoro, altro che aiuto».Maggior controllo sugli appalti è stato promesso dalla Prefettura mentre il sindacato ha già in programma la prossima assemblea giorno 24 nella sede dell’Auser alla presenza del segretario nazionale Fiom Sergio Bellavita e poi una protesta in Regione. I sindacalisti consigliano inoltre di accettare il termine della cassa integrazione e firmare la mobilità, la cui procedura la Mazzoni aprì a settembre. Qualcuno brontola: «Noi operai non vogliamo di nuovo la cassa integrazione, ma essere ricollocati come l’azienda ci ha promesso». Sfoghi legittimi, soprattutto se si pensa ai ritardi nel campo della fibra ottica, ad una legge che obbliga a reimpiego in primis dei cassaintegrati ma  non fa luce sulle nefandezze di alcune imprese che lo danno col contagocce e non a loro. Se si pensa che molti operai, dopo la mobilità, non sapranno come arrivare alla pensione perché il lavoro ad un quasi sessantenne non lo si dà nella nostra malridotta Italia, men che meno in Calabria. Dove il mercato nero può prosciugare la pazienza e la dignità di lavoratori onesti.

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Il segretario nazionale apre a chi intende essere autonomo  «dai padroni, dalle banche e dal Vaticano»

Ferrero e l’idea di una Federazione della Sinistra allargata

Ad attendere Ferrero molti rappresentanti della sinistra comunista calabrese, da Corvino a Tassone, dalla Morrone a Zangaro. Nodi cruciali, il reparto occupazione e la crescita lavorativa della Regione

COSENZA Nel giorno della pronuncia della Consulta sul legittimo impedimento e l’atteso esito del referendum  a Mirafiori, la linea politica del Prc di Paolo Ferrero – intervenuto ieri a Palazzo Bruzi in seno al dibattito “La sinistra ostinata e contraria” – appare lineare in quanto a opposizione e ‘affilata’ se si tratta di rivedere la forza organica della Federazione della Sinistra. Complice una diversa metodologia di vedute che ha nel riconoscimento di ciò che di buono ha fatto la sinistra oggi, tra la compravendita berlusconiana e quello che definisce «ricatto mafioso di Marchionne e la sua ‘innovazione’ ottocentesca » il segretario nazionale va al sodo a chi gli sussurra cosa fare: «Costruire coscientemente i movimenti di lotta attraverso uno sciopero generale che indiciamo per il 28 prossimo e che se non ci ascolta la Cgil lo costruiremo dal basso; ricercare una profonda unità della sinistra italiana allargando la Federazione fino a includere tutti coloro che intendono essere autonomi  dai padroni, dalle banche e dal Vaticano; realizzare uno schieramento democratico per mandare a casa Berlusconi». Strizzatina d’occhio a Ventola? Dipende, il gioco delle tre carte è rischioso quando entrano in scena ritrattazioni e rimproveri d’ufficio: «Diciamo anche a Sel di entrare in Federazione ma con senso di appartenenza al partito. Molti che oggi fanno politica a sinistra lo fanno senza partito, quindi no a chi vuol curare solo il suo orticello». E a Bersani e il suo Pd pure? «Schieramento democratico sì per scacciare le destre, ma nessuna idea di programma di governo congiunto con chi o non sa se stare con Marchionne o gli operai o chi addirittura dice sì al piano Fiat». Ossia Bersani nel primo caso, Fassino nel secondo. Al tavolo e in aula molti nomi illustri dell’area comunista regionale e provinciale: il segretario provinciale Nicola Corvino e quello regionale Rocco Tassone, Delio De Brasi di “La Cgil che vogliamo”, Rossella Morrone del Circolo Prc di Cosenza, per i Comunisti italiani Serafino Zangaro segretario provinciale e Luciano Manfrinato. Tutti applaudono i ritorni di Pino Scarpelli e Ciccio Gaudio. Corvino in particolare ammonisce di riproporre nell’agenda politica regionale la questione del reddito e della forestazione, non guardare più gli inciuci e gli interessi di bottega ( «Adamo ha fatto scuola») ma ripartendo da un forte radicamento sul territorio e nuovi modelli di sviluppo e redistribuzione. De Brasi ricorda infine come l’accordo di Mirafiori non sia solo il delirio di un uomo, ma corollario di un disegno organico di destrutturazione del lavoro e dei diritti delle persone che passa per il collegato al lavoro approvato dal Governo una settimana fa  e il blocco dei contratti del pubblico impiego per i prossimi tre anni: «In calabria dove gli impiegati dei servizi toccano quota 72% nel pubblico e la cassa integrazione è più 866% su base annua la ricaduta dei contratti è gravissima: per questo ci prepariamo allo sciopero generale».

Award dedicat0 a chi opera nelle biotecnologie, nanotecnologie, energie rinnovabili e ICT

Incubatore Unical testimonial di “Cervelli in movimento”

Forte binomio tra mondo delle imprese e mondo accademico, la italo-californiana Bridges to Italy mette in palio training, workshop e eventi di visibilità internazionale. Nonostante ciò non si tratta di puro spirito d’iniziativa

Ha visto la luce neanche un mese fa eppure Tech-Nest, l’incubatore delle imprese high-tech dell’Unical, si è reso ieri pomeriggio testimonial dell’Award “Cervelli in movimento” bandito da Bridges to Italy – associazione non profit californiana ma italiana per missione e interessi – e destinato a start up, spin off italiane residenti nel sud Italia, con marchi di fabbrica protetti da proprietà intellettuale e ricadenti nell’area delle biotecnologie, nanotecnologie, energie rinnovabili e ICT. L’iniziativa è stata presentata in videoconferenza con la presidente Bianca Dellepiane – da anni a Los Angeles dove si occupa di attività di consulenza nel business internazionale – e con l’omologo del team Italia l’avv. Domenico Quaglio mentre in rappresentanza dell’Unical c’era il delegato del Rettore alla Ricerca  e al Trasferimento Tecnologico Riccardo Barberi che si è detto lieto di contribuire alla nascita di un ambiente unIco in Calabria in fatto di innovazione tecnologica dove, oltre ad ospitare le aziende, si attua il tech transfer con animazione territoriale. Il Premio – termine ultimo iscrizioni 20 gennaio – pretende porre freno alla galoppante fuga dei cervelli in ogni ambito e luogo dotando le aziende di  strumenti manageriali in grado di difendere idee d’impresa, collocarsi competitivamente sui mercati internazionali grazie ad un diffuso networking che Bridges to Italy si farà carico di creare attorno ai vincitori del bando e gli altri partecipanti. Prima la preselezione, di seguito “Cervelli in movimento”  avvierà altre due fasi, una prima di preparazione della durata di 8 mesi con workshop offerti da esperti italiani e statunitensi presso l’incubatore universitario e un corso a distanza che procurerà un certificato in “Managing Technology and Innovation” sottoscritto dalla University of California Irvine; poi un viaggio-premio di due settimane «al fine di soddisfare le specifiche necessità del vincitore tramite incontri con potenziali clienti, partner strategici e investitori». Per il momento solo una l’associazione che provvederà al partneriato, la Tech Coast Angels.  L’azienda che si porterà a casa l’Award sarà prescelta da una giuria di sei esperti negli ambiti descritti sopra, con a capo Sandra Savaglio, astrofisica calabrese che opera all’Istituto tedesco Max-Planck. «Una sfida, non una passerella» – giura Quaglio – «per capire che per fare business c’è bisogno di caparbietà ed è quello che noi assieme all’Università vogliamo offrire ai partecipanti per essere competitivi sul mercato internazionale». «Da anni mi occupo di business internazionale» – prosegue la Dellepiane – «e posso assicurarvi che le nostre aziende hanno bisogno di ben presentarsi agli investitori con una formazione standard che metta in risalto l’innovazione senza spaventare i partner con gli approcci tipici delle start up italiane». Iscrizione 500 euro e training 3500 , ma Bridges to Italy giura d’impegnarsi a «raccogliere fonti di finanziamento alternativo» nel caso l’azienda dichiari di non essere in grado di pagare il training. Si sa, i link con chi è all’avanguardia nell’applicazione high-tech e nella commercializzazione dei suoi vantaggi – gli USA ovviamente – non può essere totalmente gratuita. La visibilità ha un prezzo, insomma, per la presidentessa  «è necessario avere questo tipo di contatti per porsi sul mercato transnazionale e per ricercare gli investimenti, senza di essi è quasi impossibile crescere». Oltre venti candidature già pervenute, forse qualche dubbio sull’accezione di  “premio” se alla fine i candidati pagano tutto, dai workshop all’e-learning al viaggio in America. Dovrebbe essere l’Università a costruire i ponti per unire apprendimento, mondo dell’impresa e innovazione al posto di delegarlo ai privati, così si statuisce. Invece frutti freschi della Riforma Gelmini, più presto non si può.