Da mesi i richiedenti asilo politico sono ospitati nei locali dell’ex Hotel Ninfa di Amantea
Un’attesa interminabile
Piovono accuse che, a sentire chi si occupa dei rifugiati, sono ingiuriose e prive di fondamento. Si fa di tutto per garantire un soggiorno dignitoso a centinaia esuli africani. «Ben vengano gli scettici» – fanno sapere dal Centro
Come se aspettassero sempre qualcuno o qualcosa, i profughi dell’ex Hotel Ninfa ad Amantea. Posteggio l’auto giusto di fronte e uno di loro mi si fa avanti con fare sorridente : “Ciao fratello. Lavoro, lavoro, tu puoi?”. La precarietà, la mancanza di lavoro, è un fardello pesante anche per i 140 alloggiati di Amantea, l’attesa esasperante attanaglia qualsiasi pensiero, progetto. Un’attesa continua, speranzosa, logicamente nervosa per le fragili psicologie di chi scappa da guerre, soprusi e violenze gratuite. E si aspetta solo una cosa ormai: quel tanto agognato status di rifugiato politico il cui verdettola Commissione ministeriale tarda a pronunciare.
Da pochi giorni i rifugiati hanno il sostegno giuridico del ‘professore’: Idris Nuur, somalo, docente in pensione dell’Istituto Professionale per il Commercio di Lamezia Terme, in Italia da più di 40 anni. «Qui mi chiamano già ‘papà’. Anch’io sono stato profugo come loro, del resto. Dopo la laurea conseguita in Italia decisi di far ritorno in Somalia, ma la situazione era peggiorata. Non potevo immaginare che non sarei mai più tornato». Nei suoi occhi non c’è né tempo né spazio per ricordi nostalgici, solo molta determinazione perché, molti degli esuli, lo hanno già eletto a capo della speranza, interprete delle loro esigenze. Così cerchiamo di far luce con Idris della babele sullo status: «Aspettiamo ancora una risposta dalla commissione ministeriale di Crotone. Tutti e 140 hanno fatto richiesta d’asilo al loro arrivo con il modulo C3.La Commissione deve decidere su tutte le richieste di Calabria e parte della Basilicata, ma credo che sia sbagliato il metodo. L’audizione non è collegiale, le interviste sono fatte singolarmente e spesso si concludono con un nulla di fatto». Benvenuti in Italia, patria del sui generis e delle contraddizioni generate in automatico. I profughi attendono l’asilo, o in alternativa la protezione sussidiaria, che darebbe loro il diritto al permesso di soggiorno e parimenti la possibilità di muoversi per ricongiungersi coi familiari e trovare lavoro. Lavoro, che per legge potrebbero già cercare, – sono già passati infatti sei mesi dalla presentazione delle istanze di asilo politico – ma che in realtà non possono perché, per legge, limitati negli spostamenti sul territorio. «Vero, proprio una bella contraddizione» – chiosa Francesco Aloe dell’Auser. «Nel caso di diniego della richiesta la normativa prevede un ricorso legale entro 15 giorni dal rigetto. Mentre il ricorso viaggia verso il Tribunale di Catanzaro i profughi non vengono espulsi, ma restano nel centro d’accoglienza».
Sulla cronica lentezza della macchina burocratica non si capacita Abdul, mediatore di Zingari 59, l’associazione che si prende cura dei migranti. «Sai quanti di loro hanno fatto su e giù 130 kmal giorno senza essere nemmeno ascoltati? Finora sono stati esaminati 100 casi, ne mancano all’appello ancora quaranta. Nemmeno l’ombra di una pronuncia definitiva». Accanto al travagliato criterio della nazionalità e del districarsi delle vicissitudini interne dei luoghi di provenienza, i dossier degli esiliati non possono non prescindere dai case historydi ognuno di loro. «Più che la provenienza è cruciale il motivo personale della partenza. Lo dice anchela Convenzione di Ginevra: puoi anche venire dal Marocco, cioè da un paese tradizionalmente al di fuori dagli attacchi seriali ai cittadini, ma è la tua storia personale che determina il tuo destino». Abdul vuole ritornare su quanti hanno riportato di tumulti e mancanza di organizzazione nella struttura, e sulla presunta sordità delle istituzioni cittadine: «L’ex Ninfa è uno stabile di circa 5000 mt², dislocati su 4 piani. Non ci sono solo 36 posti, anzi, il terzo e quarto piano sono inutilizzati. Qui dentro sono rappresentate ben venti nazionalità diverse, è vero, ci sarà stato qualche dissapore in passato, ma non dimentichiamoci che questa è gente scappata dalla fame, dalle persecuzioni e dalle guerre. Zingari 59, insieme al circolo Auser di Amantea che ha sostenuto da maggio fino a oggi dibattiti pubblici,corsi di lingua, iniziative di solidarietà e integrazione( si pensi alle partite di calcio multiculturali, al concerto di capodanno in piazza di quest’anno) ha fatto molto per l’accoglienza. Per esempio, gli esuli non ancora protetti dall’asilo non possono né inviare né ricevere soldi. Ci siamo quindi noi a fornire le deleghe. Abbiamo disbrigato tutte le pratiche e ad oggi ogni immigrato ha il proprio codice fiscale italiano; aggiorniamo i loro permessi di soggiorno temporanei e ognuno possiede il proprio poste pay in modo che il pocket money possa servire a qualcosa. I soldi sono facilmente rintracciabili e gli ospiti entrano sin da subito nella logica dell’integrazione con il paese ospitante». Abdul saluta due ragazzi con un trolley in mano, in partenza. Passeranno alcuni giorni coi parenti. «Sono permessi speciali, biglietti di andata e ritorno, ne siamo diretti responsabili. Quando i ragazzi si allontanano dalla struttura devono fornire numeri di reperibilità certi. Nessuno ha mai tradito la nostra fiducia. Immaginate la gioia per un fine settimana con parenti o amici».
Visitiamo l’edificio. La hall è grande, tv satellitare, mentre alcuni chiacchierano e altri s’improvvisano campioni di scacchi e tutti intorno a fare da spettatori. Le stanze ai piani superiori in ottimo stato e bagni puliti. Svetlana, una delle operatrici bielorusse di Zingari 59, percorre le scale instancabilmente con cartelle cliniche dell’Asp. Una jeep è pronta a fare la spola tra l’asl e l’albergo con a bordo alcuni immigrati.
I controlli medici sono di routine, ci assicura Abdul. «Qui abbiamo trovato due cuori. Uno è Amantea , l’altro è l’Asp. L’assistenza sanitaria è perfetta, ci hanno garantito tre medici e un dentista». Poi, mostrandoci l’ambulatorio. «É a nostra completa disposizione. Il dottore viene quasi ogni giorno, altrimenti lo raggiungiamo noi con la jeep. Una coppia che ha dato alla luce un bambino l’abbiamo trasferita qui dietro, un’abitazione tutta per loro. Un’altra ragazza incinta è tenuta sotto stretta osservazione, sempre».
Si pranza. Mi invitano a condividere un pasto caldo, riso e carne al sugo. Per Idris «i piatti sono abbondanti, vere delizie. Tutti preparati secondo usi e costumi tradizionali dei migranti». Per stemperare le polemiche sul cibo al centro lui e Abdul invitano gli scettici a sedersi e mangiare con loro, le porte al centro sono aperte. In cucina chef marocchini hanno il compito di preparare quotidianamente pietanze che riuniscono tutti in tavola, intorpidendo per un po’ le ansie e ridando a uomini e donne disorientati sapori delle terre da cui sono stati strappati con forza: Eritrea, Somalia, Niger,Ghana, Mali, Nigeria e Sudan. «In Africa si pensa che l’Europa sia tutto» ci dice Sissoko, trentasettenne della Guinea-Conakry che ha in cantiere girare un documentario sulla situazione degli immigrati sbarcati in Italia. «Sono stato a Torino, Roma e Napoli. Sono riuscito a entrare in contatto con parecchi italiani, gente bravissima, come gli amanteani, che ci hanno dato tanti vestiti e con cui abbiamo giocato a pallone. Con il mio film voglio rappresentare la mia lotta, affinché gli Africani ritornino in Africa per poterla sviluppare. Siamo qui e siamo grati a tutti, ma un giorno, dopo aver imparato tanto, bisogna ritornare per crescere. La soluzione ai nostri mali non è l’Europa».
(Le foto sono state inserite per gentile concessione di Antonio Cima e Giuseppe Marchese)



